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Il mare colore del vino

Opere ed autori

Il mare colore del vino

Messaggioda Insight » mer 24 lug 2019, 14:34

Un suggestivo verso che compare due volte nell’Odissea e viene ripreso da Leonardo Sciascia come titolo di un racconto e di un’intera raccolta pubblicata per la prima volta da Einaudi nel 1973.



Tredici splendidi racconti, scritti tra il 1959 e il 1972, già editi su giornali, riviste e antologie, e infine raggruppati dall’Autore in un unico volume, seguendo l’ordine cronologico della loro stesura. Sono storie brevi, dedicate per lo più alla Sicilia, che ne mettono in luce la bellezza, la storia, la cultura, ma anche le miserie e le contraddizioni.

Ecco i racconti che mi hanno maggiormente colpito, dei quali riporto una breve sintesi.


Il lungo viaggio

Alcuni poveri e disperati contadini dell’entroterra siciliano, molti dei quali non hanno neppure mai visto il mare, vendono tutti i loro pochissimi averi e firmano cambiali per raggranellare l’ingente somma di duecentocinquantamila lire, necessaria per farsi trasportare in barca fino all’America, dove sperano di iniziare una nuova vita, raggiungendo i parenti che in quella fantastica terra d’oltreoceano hanno fatto fortuna.

Si ritrovano così tutti insieme di notte, in un tratto di spiaggia selvaggio, tra Gela e Licata, dopo aver camminato per un giorno intero, coi loro fagotti di biancheria e viveri per il viaggio, con le banconote arrotolate e tenute sotto la camicia o cucite dentro la stoffa della giacca, e con il loro carico di sogni e speranze.
Qui uno scafista, che a un certo punto compare nell’oscurità, li imbarca, non prima di essersi assicurato che tutti abbiano i soldi con sé.

Il lungo viaggio per “Nuovaiorche” si conclude dopo undici giorni, quando, naturalmente di notte, il gruppo di disperati viene abbandonato su un’altra desolata spiaggia, dopo essere stato spennato dei soldi. Lo scafista, salpando dalla spiaggia con la barca svuotata dei passeggeri e col bottino riscosso, rassicura tutti indicando le luci della città che si vedono all’orizzonte.

Il gruppo decide di riposarsi sulla spiaggia per il resto della notte, ma due decidono di andare in avanscoperta. Camminano per diversi chilometri, finché vedono un cartello sul quale c’è scritto: Santa Croce Camarina – Scoglitti. Sono nomi di località che suonano familiari, eppure i due non vogliono accettare l’evidenza e continuano a credere (o fingono con loro stessi) di essere arrivati in America. L’incontro con un solitario automobilista su una Fiat Seicento, che li manda a quel paese nella loro stessa lingua, sarà decisivo per far ingoiare loro l’amara realtà, ossia quella di essere stati crudelmente ingannati dallo scafista e di essere sbarcati ancora in Sicilia…


Il mare colore del vino

Il racconto che dà il nome alla raccolta è il più bello per me, anche se povero di avvenimenti. Riassumerlo è poca cosa, è necessario leggerlo lentamente e assaporarlo, scoprendovi la delicatezza, l’amarezza e la poesia nascoste sotto un velo di comicità.

Si svolge tutto nello scompartimento di un treno diretto da Roma ad Agrigento, dove un ingegnere del nord Italia, che non è mai stato in Sicilia, si ritrova come compagni di viaggio una rumorosa e loquace famiglia siciliana, composta da due insegnanti marito e moglie e dai loro due figli (bambini molto maleducati), nonché da una ragazza di vent’anni al loro seguito.

L’ingegnere, che si sta recando a Gela per lavoro, di carattere introverso e piuttosto riservato, viene coinvolto suo malgrado, durante il viaggio che dura parecchie ore, nei discorsi e nei battibecchi della famiglia, nei capricci dei due viziatissimi fratellini e nei dispettucci che si fanno tra loro.

Inizialmente infastidito, soprattutto dalla maleducazione dei bambini, l’ingegnere si lascia coinvolgere sempre più e comincia anche a nutrire qualche simpatia per Nenè, il più piccolo e vivace dei due bambini, che ha circa quattro anni, di cui ammira in un certo senso la schiettezza dei comportamenti.

Ma, soprattutto, durante la notte approfondisce la conoscenza con la ragazza che accompagna la famiglia, si accorge della sua bellezza (purtroppo “castigata”) e della sua sensibilità. Il che lo porta a fare delle riflessioni piuttosto malinconiche sulla propria stessa vita…

Giunti in Sicilia dopo la traversata sul traghetto dello stretto di Messina e dopo aver ammirato dai finestrini del treno il mare di Taormina (che al piccolo Nenè ricorda il vino), l’ingegnere, alla stazione di Agrigento si separa dalla famiglia con la quale ha ormai stretto amicizia e prosegue a malincuore il suo viaggio per Gela da solo.

Nonostante i buoni propositi, è probabile che non si rivedranno mai più. Ognuno proseguirà per conto proprio il viaggio della vita, immerso nelle sue convinzioni e abitudini, inseguendo le proprie illusioni…

E, soprattutto, ognuno profondamente solo con se stesso, dato che ciò che difetta nel consorzio umano è proprio il senso di solidarietà, di condivisione e di attenzione per gli altri. Con l’unica differenza che i più sensibili, come l’ingegnere, la ragazza e probabilmente anche Lulù, l’altro figlio della coppia - anche lui un bambino viziato e maleducato ma caratterialmente diverso dal fratello minore - si renderanno conto della propria solitudine e soffriranno più degli altri…


Giufà

Giufà è il nome di un ragazzotto mentalmente ritardato che viveva in Sicilia “al tempo degli arabi”, il classico “scemo del villaggio” di cui tutti si facevano beffe. Eppure, come dimostra questo racconto, la sua stupidità non era priva di una certa malizia…

Infatti, si racconta che un giorno Giufà, convinto da altri ragazzi del suo paese ad andare a caccia, prese il vecchio archibugio che era attaccato a una parete della sua casa, lo armò e andò in campagna, dove si appostò dietro a un cespuglio in attesa di una preda.

Essendo convinto che la selvaggina più pregiata avesse il pelo di colore rosso, non appena vide qualcosa di rosso spuntare tra le frasche sparò. Così facendo, però, colpi senza volerlo un cardinale che portava in testa un cappello rosso, facendolo secco.

Giufà si caricò la “preda” stecchita sulle spalle e la portò a casa, dove la scaricò con orgoglio sulla tavola della cucina, davanti agli occhi esterrefatti della madre, che iniziò a urlare e a piangere.

Il “babbeo”, allora, prese con impeto il corpo del cardinale, lo trasportò nel cortile e lo scaraventò dentro il pozzo. Dopodiché, ancora per sfogare la propria rabbia, afferrò il montone che stava nella stalla e lo buttò anch’esso dentro il pozzo, dove il povero animale affogò subito.

Qualche tempo dopo si presentarono a casa di Giufà i gendarmi, poiché qualcuno li aveva avvisati che dal pozzo del cortile usciva un fetore di cadavere in putrefazione…

Nessuno degli “sbirri” aveva né la voglia né il coraggio di immergersi nel pozzo nauseabondo, così convinsero il “babbeo” a farlo al loro posto. Lo legarono con una corda e lo calarono giù…

Giufà, giunto in fondo, cominciò un dialogo col capitano degli sbirri rimasto affacciato sul pozzo, pieno di doppi sensi e battutacce sul cardinale, sui suoi peccati e sulle sue “corna”…

Dopodiché, furbescamente, il “babbeo” legò al capo della corda il corpo del montone e fece emergere quello. Una volta visto che il corpo in putrefazione era quello dell’animale, gli sbirri se ne andarono e nessuno venne più a cercare il cardinale da quelle parti…


La rimozione

Ai tempi delle “due Chiese” (Democrazia Cristiana e Partito Comunista), anche i più accesi militanti del partito di Togliatti erano “bigotti”, avevano pure essi, come i democristiani, i loro santi, i feticci e i simulacri…

Questa tematica, già affrontata da Sciascia nel suo Candido, viene ripresa in chiave comica nel breve racconto intitolato La rimozione, dove la moglie di un militante comunista “miscredente”, in un paese dell’entroterra siciliano, partecipa insieme a tutte le altre donne a una protesta contro la decisione del parroco di rimuovere dalla chiesa la statua di Santa Filomena…

Le donne del paese (che si chiamano quasi tutte Filomena) non possono davvero accettare che la statua della “loro Santa”, artefice di molti miracoli e salvatrice del popolo durante epidemie e carestie, sia tolta dall’altare, anche se ciò dovrebbe avvenire in seguito a un documento ufficiale del Papa, nel quale si attesta che Santa Filomena nella realtà non è mai esistita e che il suo culto è dovuto ad un errore degli archeologi che interpretarono male un’antica iscrizione latina sopra una tomba…

Le agguerrite popolane occupano così in gran massa la chiesa e minacciano di rimanervi finché il parroco non ritornerà sulla decisione di rimuovere la statua.
Il marito di una delle tante devote di Santa Filomena, che alla sera non fa ritorno a casa e rimane insieme alle altre donne dentro la chiesa, indispettito per “l’atto di ribellione” della moglie, oltre che profondamente contrariato per la protesta essendo un militante comunista, facendosi largo tra la folla entra nella chiesa e con un piccolo malizioso “espediente” (inventandosi che la madre di lei ha avuto un malore) la convince a seguirlo a casa.

Scoppia tra i due un aspro battibecco, in cui il marito dà dell’ignorante alla moglie e si fa beffe della “stupida” protesta contro la rimozione della statua di Santa Filomena. Ma quando, dopo aver ristabilito in casa “l’ordine patriarcale”, l’uomo apprende leggendo l’Unità che il XXII Congresso del PCUS ha deciso di rimuovere la statua di Stalin dal mausoleo, ha una reazione inconsulta e violenta, del tutto analoga e non meno “stupida” di quella della moglie e delle compaesane che protestano per Santa Filomena…


Apocrifi sul caso Crowley

Il famoso occultista e satanista britannico Edward Alexander Crowley, meglio conosciuto come Aleister Crowley, soggiornò in Sicilia, a Cefalù, nei primi anni Venti, e qui fondò una specie di “comunità” seguace di Satana, che si lasciava andare, sembra, a pratiche di libertinaggio spinto, a riti di magia nera e forse anche a qualche “sacrificio umano”, sebbene detta ultima circostanza non venne mai provata.

Ad ogni modo, Crowley, sospettato anche di essere una spia degli inglesi, venne espulso dall’Italia per ordine di Mussolini, che a un certo punto si stancò delle dicerie che circolavano intorno all’occultista.

Sciascia costruisce un bel racconto su questi avvenimenti, fingendo di leggerli da alcuni documenti ufficiali: rapporti di polizia e ordini scritti da Mussolini in persona, firmati soltanto “M.”.

Nell’insieme il racconto riesce comico e ad essere preso di mira non è tanto il satanista, ma piuttosto l’ottusità e la pedanteria di taluni funzionari del regime fascista, nonché il fascismo stesso, che con le sue violenze e ingiustizie non si allontanò poi molto dalle presunte pratiche sataniste di Aleister Crowley…

In un primo rapporto del capo della polizia, scritto nel linguaggio burocratico dei grigi funzionari del regime, si riferisce di una certa “mania” del Crowley di dipingere a fresco le pareti della villa in cui abita (pagando tuttavia regolarmente il canone) “con figurazioni, a quanto pare, non conformi a decenza”.

Che, inoltre, pare che il Crowley, all’interno della villa recintata “conduca una vita secondo natura” insieme a donne e bambini, al punto che i contadini della zona “traggono diletto” a spiare attraverso la recinzione “la nudità delle giovani donne” …

In un altro rapporto, che suona ancora più comico, redatto questa volta dal commissario di polizia di Cefalù a seguito di un sopralluogo effettuato nella villa abitata dal Crowley, si legge addirittura che il cittadino britannico si dichiara “ammiratore del Fascismo e del suo capo” e che egli è altresì “felice di trovarsi ospite in un Paese come l’Italia: ché in questo momento, grazie al fascismo, l’Italia gli sembra il Paese in cui più trova elementi di riscontro alla sua visione della vita…”.

Passando poi a dover spiegare al commissario a che cosa serviva e cosa si faceva sopra una grossa pietra lorda di sangue trovata in una delle stanze della villa (i famosi e tanto chiacchierati sacrifici umani?), il Crowley, come si legge nel rapporto del commissario, ha risposto in lingua inglese: “L’onorevole Matteotti è stato ucciso altrove” (“Forse non senza ironia”, aggiunge il commissario nel suo rapporto).

La risposta al rapporto del commissario, firmata soltanto “M.” e inviata al capo della polizia, è lapidaria:

Provvedere urgentemente all’espulsione dall’Italia del signor Crowley.
Il commissario di Cefalù è un cretino
”.  :)

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Di Leonardo Sciascia vedi in questa sezione anche:

La scomparsa di Majorana

viewtopic.php?f=43&t=895


L’affaire Moro

viewtopic.php?f=43&t=1980


Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia

viewtopic.php?f=43&t=2083


Todo modo

viewtopic.php?f=43&t=2490
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da Sponsor Anni70 » gio 25 lug 2019, 11:21

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Re: Il mare colore del vino

Messaggioda franz75 » gio 25 lug 2019, 11:21

Grazie ad Insight per aver ricordato questa raccolta davvero notevolissima di Sciascia, che in certi racconti, secondo me, assurge ad altezze quasi pirandelliane.
Tanti tanti anni fa (penso potesse essere il 1999, decennale della morte), ricordo che Radio Tre in fascia pomeridiana, anziché le colossali stupidaggini politicamente corrette che trasmette adesso, mandò in onda la lettura di tanti romanzi del grande siciliano: ricordo perfettamente "Le parrocchie di Regalpetra"; "Il giorno della civetta"; "A ciascuno il suo"; "Todo modo"; "Una storia semplice" e anche "Il mare colore del vino", di cui vennero mandati in onda il racconto che dà il titolo alla raccolta (letto se non sbaglio da Randone), "La rimozione" e...un altro non menzionato da Insight, del quale sinceramente non ricordo né titolo né trama. Un'ottima occasione per riprendere in mano tutta la raccolta... ;)
franz75
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Re: Il mare colore del vino

Messaggioda Insight » ven 26 lug 2019, 13:19

Grazie a te, in effetti i racconti sono molto belli.
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